Il viaggio tra seduzione e paura

Viaggio lampo nell’arcipelago dei viaggiatori

di Luigi Zai

Una riflessione incompiuta sull’antropologia del viaggio che ci porti ad approfondire il significato, la bellezza e le implicazioni del viaggiare a piedi. Sono ben accetti suggerimenti e commenti.

Introduzione

Lo spostamento dell’uomo da un luogo all’altro della terra  è un fenomeno diffusissimo, talmente diffuso e connaturato alla condizione umana che la vita stessa è simbolizzata sotto le spoglie del viaggio, dalla nascita alla morte, attraverso i diversi luoghi, reali o metaforici, dell’esperienza.

I temi connessi al mettersi in viaggio sono davvero innumerevoli, oggetto di trattazione da sempre da parte della tradizione orale e della letteratura. Accingersi a sviluppare questo argomento può quindi sembrare un’impresa impossibile e addirittura insensata proprio a motivo della infinita ricchezza di materiali da esaminare e ordinare. La scelta è inevitabile, una scelta di taglio stabilita sulla base della sensibilità culturale dell’oggi che induce a porsi in una prospettiva in qualche modo definita e circoscritta, anche se impossibilitata ad essere esaustiva.

Due sembrano essere, soprattutto oggi, le emozioni socialmente presenti in modo massiccio nell’umanità, tali da congestionare la sua vita, condizionandola pesantemente: la seduzione e la paura.

La prima è scatenata dalla curiosità che scaturisce dalle immense possibilità offerte dalle tecnologie e dalle risorse disponibili a molti, nonché dal consolidarsi di un atteggiamento culturale consumistico e bulimico, fortemente orientato all’”assaggio esperienziale”, meglio noto come “mordi e fuggi”. La seconda, anch’essa generata da processi di creazione di oggetti culturali di massa, è inoculata dal  susseguirsi di allarmi sociali legati soprattutto sia alle situazioni climatiche e ambientali (inquinamento, catastrofi naturali), sia ai nuovi contesti demografici (sovraffollamento, migrazioni). Come le seduzioni, anche le paure, a volerle catalogare, sono tantissime. Ma sia la seduzione che la paura, oggi presentano una caratteristica comune propria della società globalizzata, definita da Zygmund Baumann in modo suggestivo con il termine di “liquido”. Seduzione e paura incombono e si infiltrano ovunque in modo inafferrabile, proprio come un liquido che scorre e dilaga attraverso le fessure e gli interstizi del tessuto sociale e di quello dell’animo umano individuale.

In entrambi i casi, di seduzione e paura, al centro dell’attenzione si pongono luoghi specifici (porzioni di territorio, città, periferie, coste, fiumi). E i luoghi, si sa, oltre a rappresentare opportunità di scelte stanziali, costituiscono gli snodi di possibili itinerari.

L’approccio per affrontare questo argomento è antropologico. L’antropologia culturale si occupa essenzialmente dei significati connessi a specifici “oggetti culturali”.

Prima di mettersi in cammino: quattro strumenti nel bagaglio del viaggiatore

Strumenti che servono a mettere ordine nell’esame dell’argomento, cosentono di distinguere, discriminare, classificare, comprendere.

Uno. L’ambivalenza : quando parliamo di qualcosa utilizziamo dei nomi per esprimere ciò che abbiamo in mente. Questi nomi sono concetti a due facce. Seduzione e paura ne rappresentano un primo esempio. Ma andiamo per ordine.  Per quanto riguarda il concetto di viaggio, la prima faccia riguarda il valore strumentale della parola. A cosa serve viaggiare? Serve a spostarsi, dal punto A al punto B. Punto.  La seconda faccia riguarda i significati che attribuiamo al termine viaggiare: ecco che basta la parola “viaggio” per evocare un universo fittissimo di suggestioni contrastanti. Il viaggio simbolo, coagulo, di una marea di implicazioni. Il viaggio evoca l’avventura, la migrazione, l’estraniazione, la nostalgia, la fatica, la curiosità, lo stupore, la soddisfazione,  il cambiamento, il timore, l’entusiasmo, l’attesa, l’incontro. Ed ecco che nuovamente tutte queste suggestioni si polarizzano, disponendosi intorno a due nuclei opposti : la seduzione contro la paura, la curiosità contro la nostalgia, la fatica contro la soddisfazione e via dicendo.

Due. La prospettiva antropologica: l’ambivalenza di un termine, ossia la polarizzazione dei suoi significati non è uguale per tutti. Il migrante che fugge dalla Somalia e sbarca fortunosamente sulle nostre coste non attribuisce al suo viaggio gli stessi significati del turista milanese che sbarca alle Maldive. I significati si polarizzano in relazione alla propria cultura ed alla propria esperienza personale. Il viaggio non è più qualcosa di oggettivo, ma è straordinariamente soggettivo. E’ un oggetto culturale mutevole. E, soprattutto, in quanto insieme di significati contrastanti, il viaggio scatena sensazioni ed emozioni molto forti.

Tre. Il viaggio è intrinseco all’esistenza umana e ne occupa diversi piani:  la vita stessa è un viaggio, dalla nascita alla morte. Un viaggio nel tempo (in avanti), un viaggio nella memoria (retrospettivo),  un viaggio nello spazio fisico (spostamento reale), un viaggio nello spazio mentale (spostamento immaginato), un viaggio realistico (vero o verosimile), un viaggio fantastico (inventato o indotto da sostanze).

Quattro. Il mezzo per viaggiare: la prospettiva, i significati, quindi, e le sensazioni, le emozioni cambiano a seconda che per viaggiare utilizziamo la nostra mentre, le nostre gambe, un animale, un mezzo terrestre, un mezzo marino, un mezzo aereo.

Partenza

E’ assai probabile che il tema del viaggio sia il più trattato nelle opere letterarie. Forse soltanto quello dell’amore è stato oggetto di altrettanto interesse. Anzi, quasi sempre i due argomenti sono strettamente intrecciati, se per amore intendiamo non solo quello affettivo di coppia, ma quello più generale, come quello tra Dio e Abramo, ad esempio. Lo cito non a caso perché quasi sempre a monte di un viaggio esiste un desiderio e il desiderio è il motore dell’amore.

In un viaggio lampo come il nostro non potremo prendere in considerazione tutto quanto riguarda il viaggiare. Per questo non possiamo nasconderci che questo breve excursus sul  viaggio apparirà in certi momenti piuttosto scontato. Ma sarà comunque utile per organizzare le idee e per tracciare un quadro sintetico ma rappresentativo dell’insieme che riguarda il viaggiare. E come ogni viaggio (o quasi), possiede una meta, anche per il nostro si è stabilito un punto di arrivo, che è quello del viaggiare a piedi. Lungo il percorso incontreremo diversi aspetti del viaggio, ma non troppi.  In ogni caso cercheremo di non trascurare il fatto che, anche se abbiamo una meta, in realtà il viaggio vale per se stesso, che ogni momento, ogni tratto del percorso può riservarci dei punti di arrivo: sono le piccole scoperte, sono il susseguirsi di sensazioni diverse nelle quali ci addentriamo mano a mano che proseguiamo. Per questo si dice che i veri viaggiatori siano quelli che si spostano di continuo, lasciandosi guidare dal caso e dalle informazioni che acquisiscono cammin facendo. Oggi, molti credono di viaggiare prendendo un aereo, dormendo lungo il tragitto e trovandosi a destinazione senza quasi rendersi conto che hanno attraversato  in un lampo mesi di navigazione a bordo di caravelle e secoli di storia. Il loro viaggio risulta davvero impoverito.

I viaggiatori possono essere classificati in alcune grandi categorie.

I popoli nomadi: si ritiene che agli albori l’umanità fosse essenzialmente nomade per via della necessità di procurarsi lo scarso cibo messo a disposizione da una natura ostile. E che la civiltà sia nata nel momento in cui i primi gruppi umani divennero stanziali e furono in grado di coltivare, allevare e costruire delle città. (civiltà da civitas). Alcuni popoli, come i Berberi, ad esempio, gli zingari e i Tuareg sono rimasti tutt’oggi parzialmente nomadi. Si dice che non ci sia peggior insulto per un Berbero di quello che gli ricorda che suo padre sia morto in un letto. Questo la dice lunga sulla suggestione presente nell’immaginario della cultura berbera. E sull’ambivalenza del nomadismo. Nessuno di noi vorrebbe morire per strada.

I popoli migranti: le invasioni barbariche furono l’esempio classico più evidente. Interi popoli che si muovevano solo in certe epoche della loro storia, per lo più in presenza di carestie o sospinti da altre popolazioni più forti che invadevano i loro territori. Oggi le migrazioni hanno assunto connotati diversi e, pur rimanendo fenomeni di massa, sono organizzate a livello individuale o familiare, al massimo di gruppo.

I briganti: da soli o in gruppo, queste figure presenti lungo tutto l’arco dei secoli della storia, erano noti per la loro vita di nomadi coatti, sospinti a rifugiarsi nella boscaglia o tra i monti per sfuggire alla giustizia e per tendere agguati ai passanti. Ogni cultura annovera i suoi briganti, spesso designati con nomi particolari. Nel vercellese erano famosi i “caminant” che un paio di secoli fa infestavano il territorio delle risaie senza essere, a quanto pare, particolarmente pericolosi.

I viaggiatori bohemien: detti anche saccopelisti, e poi  i camperisti, i velisti,  tutti turisti sui generis, che amano il viaggio per se stesso, hanno il mito dell’on the road, tendono a spendere poco (i primi citati in particolare), vanno a caccia di esperienze e di incontri significativi.

I barboni: detti anche homeless, in quanto senza casa, costretti a muoversi di continuo,  anche se solitamente compiono tratti molto brevi di strade urbane, dalla stazione al centro Caritas a un parco cittadino a qualche altro luogo dove si ingegnano di trovare qualcosa che li aiuti a sopravvivere.  In passato i barboni erano più che altro mendicanti e peregrinavano da un villaggio all’altro in cerca di un rifugio di fortuna, una stalla, un pagliaio, ove passare la notte, nella speranza di ricevere anche un tozzo di pane ammuffito o una scodella di minestra.

I lavoratori: gli stagionali di un tempo, soprattutto. In Piemonte erano quelli che valicavano le Alpi per recarsi in Francia. C’erano poi gli spazzacamini, gli stagnini, gli affilacoltelli, i venditori ambulanti, i giostrai, i saltimbanchi e gli artisti del circo, i teatranti. E gli schiavandai, che quasi ogni anno, a San Martino, facevano quello che in piemontese si dice “sarmantin”.  Oggi abbiamo masse di cosiddetti “pendolari”, impiegati, di operai, di rappresentanti, di studenti che quotidianamente compiono brevi tragitti in auto, in treno, in autobus, e di manager , di giornalisti, di uomini politici che salgono su un aereo e si muovono rapidamente attraverso tutto il globo terrestre. E quelli che lavorano viaggiando, trasportando viaggiatori: autisti, piloti, ferrovieri, marinai, guide.

I turisti: Siamo noi, insieme all’essere spesso lavoratori pendolari. Non abbiamo niente da dire, è tutto molto semplice e scontato.

Arrivo

Qui citiamo l’ultima categoria di viaggiatori, i viandanti dell’anima,  che rappresentano la meta del nostro viaggio intellettuale.  Si tratta di un insieme che a sua volta si suddivide in molteplici sottoclassificazioni. Mossi da un bisogno di tipo spirituale, si definiscono “in perenne ricerca”. Ricerca di se stessi, ricerca di Dio, ricerca del prossimo attraverso cui trovare se stessi e / o Dio. Sono i viaggi probabilmente più suggestivi. Talvolta si compiono in sovrapposizione a viaggi di altra natura, specie  quelli dei turisti o dei bohemien.

Si possono compiere viaggi immaginati o viaggi reali. Fra i primi ci sono i viaggi virtuali, compiuti attraverso la visione di documentari o la lettura di libri. Grazie ai neuroni specchio riusciamo ad immedesimarci nel viaggiatore che condivide il suo viaggio. I viaggi interiori, compiuti attraverso la riflessione, il confronto, la lettura: viaggi che ci portano lontano dagli scenari in cui poco tempo prima ci sentivamo calati. Viaggi che ci trasformano perché ridefiniscono l’universo dei significati di quanto ci circonda e quindi ci collocano in una dimensione semantica nuova rigenerando il nostro spirito.

E poi ci sono i viaggi reali, ma ricchi di interiorità degli sciamani. In tutte le parti del mondo dove esiste questa figura (in realtà il termine deriva dalle religioni della Siberia, ma è stato esteso per comodità a tutte le religioni animistiche), assistiamo generalmente a due tipi di viaggio: quello di iniziazione, durante il quale gli aspiranti sciamani si appartano nel deserto o nella boscaglia (un po’ come fece anche Gesù prima di iniziare la sua missione) per purificarsi e rigenerarsi, facendo poi ritorno al villaggio con la nuova identità. E quello terapeutico, il trip, spesso indotto da sostanze stupefacenti e dal ritmico, ossessivo, martellante suono di tamburi o legni battuti. Altri viaggi interiori sono quelli compiuti dagli asceti, ma anche da tutti coloro che si appartano per meditare, ripercorrere la loro vita o viaggiare mentalmente sulle orme di figure significative di riferimento. Anche Gesù compì la sua missione quasi sempre viaggiando, ospite di amici o di persone accoglienti.  Ed egli soleva dire che tutti in genere hanno un rifugio, e “anche le volpi hanno le loro tane, solo il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”.  Ma anche i viaggi fisici, in questa categoria di viaggiatori, si sovrappongono a quello interiore e questi sono quelli dei pellegrini con una meta: luoghi santi (di ogni religione), luoghi legati agli albori del Cristianesimo (Terrasanta), consacrati dalla storia (cattedrali), santuari mariani e santuari legati a figure di santi (Santiago di Compostela), sedi religiose mondiali di riferimento (La Mecca, il Vaticano). Questi sono i pellegrini. Coloro che viaggiavano attraversando i campi (per-agros).

I pellegrini moderni si spostano di norma con i mezzi tecnologicamente più avanzati: pullman, treno, nave, aereo. Molti, invece,  hanno ripreso, come un tempo, a spostarsi a piedi. Molti in bicicletta. Il Camino di Santiago e la via Francigena sono i loro percorsi preferiti. Ad essi possiamo associare anche una nuova categoria emergente: i viaggiatori del fitness. Si tratta di coloro che fanno trekking sulle montagne, di coloro che praticano il nordik walking, i bikers.

Tutti costoro hanno un tratto in comune:  il tentativo di recuperare un rapporto con se stessi e con lo spazio circostante, il territorio si dice, un rapporto che torni ad essere mediato quanto più possibile dalla natura. La natura, quindi, come mezzo per risalire all’anima, al benessere interiore, che è anche un ristabilire l’armonia con il corpo. Una visione olistica si potrebbe definire. Dove il tutto rappresenta il riferimento soltanto spirituale o anche religioso per attingere al vero ultimo, al bello ultimo, al bene ultimo. Qui si inserisce il tema dell’amore, del desiderio, un sentimento che ci risucchia verso qualcosa o qualcuno, che ci mette in moto, che ci allontana dal vortice del nulla del nichilismo, l’inquietudine amorosa che non ci consente di abbandonarci alla depressione. Per questo sono nati anche gli itinerari terapeutici, da compiere in gruppo, a piedi.

Camminare dunque. Un concetto ambivalente.  Innanzitutto una certa fatica. Una fatica che però scarica le tensioni, libera tossine ed endorfine, che fungono da antidepressivo naturale. E poi l’andamento lento. Il tempo per guardarsi intorno e per ascoltarsi dentro, stimolati dai colori, dall’atmosfera circostante, dal paesaggio che di solito si snoda lontano dalle aree  eccessivamente antropizzate. Dal silenzio. E, talvolta, da presenze rare, da incontri particolari ed estranianti. Può essere quella del compagno o dei compagni di viaggio, può essere quella di un fugace incontro: di solito persone anziane che hanno tempo per attardarsi a scambiare due chiacchiere. O altri viandanti che si accompagnano a noi per un tratto del percorso.

Camminando si ristabilisce il contatto con il suolo e stimola la riflessione. Ma anche senza profondi pensieri, camminando si recupera il ritmo proprio del battito cardiaco, ci si lascia alle spalle il fardello di costruzioni artificiali che la cultura moderna ci impone quotidianamente. Camminare è bello.

Cosa facciamo

La Compagnia dell'Armanàc si propone come piccolo laboratorio aperto di idee per la valorizzazione della cultura locale, del territorio santhiatese, vercellese, piemontese in genere. Non senza attenzione per gli spunti provenienti da "altre" culture, da "altre" conoscenze, convinti che l'incontro e lo scambio arricchiscono e contribuiscono alla pacificazione. E' così che organizziamo serate con proiezioni di documentari, mostre fotografiche, presentazioni di autori e di opere, eventi musicali, camminate in mezzo al paesaggio con visite a siti e luoghi di interesse antropologico. Realizziamo cortometraggi e in alcuni casi pubblichiamo libri. Crediamo nell'"estetica dell'etica" e per questo ci siamo iscritti a Libera, l'associazione di don Ciotti che si batte contro le mafie.