L’Unità d’Italia nel vercellese

L’inondazione delle campagne nel 1859

di Pier Emilio Calliera

Un vecchio proverbio vercellese recita: Al Gyulai l’à turnà ‘n drè / cun la pauta tacà i pé.

Ferencz Gyulai, proveniente da una famiglia nobile della Transilvania, era ministro della guerra e generale comandante della seconda armata austriaca in Italia nell’aprile del 1859. Sul fronte opposto, Napoleone III e Vittorio Emanuele II guidavano l’esercito piemontese unito a quello francese. Il 19 aprile 1959 l’esercito austriaco passa il Ticino e il 2 maggio entra in Vercelli, senza trovare resistenza. Avrebbero proseguito la loro invasione, raggiungendo Torino in pochi giorni rimasta senza difesa, poiché il grosso dell’esercito francese sbarcò a Genova solo il 19 maggio.

L’esercito austriaco (70 mila uomini ) rimase bloccato a Vercelli: di fronte a loro un “ Laco ” che non era segnato sulle loro cartine. Fu quel “laco” a fare la storia, ma a formare quella grande distesa di acqua che bloccava un grande esercito, non furono i re, gli imperatori o grandi generali, fu la gente comune, la gente di campagna, che allagò tutta la zona da Santhià a Crescentino: 450 chilometri quadrati, allagati da 39 milioni di metri cubi d’acqua, in soli cinque giorni. Un evento eccezionale, poco conosciuto, dove a scrivere la storia fu la nostra gente di campagna, che sacrificò il riso già seminato per la patria: una bella pagina di storia.

Grande artefice dell’inondazione artificiale fu l’ingegnere Carlo Noè, responsabile dei regi canali demaniali e direttore poi del grande scavo del canale Cavour, costruito tutto a mano, in soli tre anni ( 1863-1866).

Carlo Noè era nato a Bozzole Monferrato, in provincia di Alessandria, nel 1812. Nel 1835 si era laureato ingegnere al politecnico di Torino, nel 1837 era assistente dell’Ispettore Clerico, presso l’ufficio di Cigliano. Nel 1841, venne nominato Ispettore Capo da Carlo Alberto. Noè ricoprì la carica di vice sindaco di Cigliano dal 1848 al 1852, dal 1867 si ritirò a vita privata e morì a Torino il 6 ottobre 1873 e fu sepolto a Valenza. L’idea di allagare la pianura vercellese sembra fosse balenata al generale Alfonso La Marmora ai tempi della prima guerra per l’indipendenza. Nel 1854 infatti, La Marmora si era recato con il Noè ad ispezionare i canali derivanti dalla Dora Baltea.

Il 23 aprile 1959, Noè riceve due dispacci : uno del ministro delle finanze, Giovanni Lanza, l’altro dal ministro della guerra, Alfonso La Marmora, nei quali veniva autorizzato ad agire immediatamente per l’inondazione artificiale.

Con un tempismo eccezionale, il 25 aprile si dava inizio al grande allagamento. Il problema più rilevante non era tanto l’inondazione ottenibile utilizzando i canali demaniali, ma il suo mantenimento, visto che andava ad interessare un terreno in costante pendenza per un’estensione di 22 chilometri, attraversato da fiumi e torrenti a rapido deflusso, bisognava anche tenere conto di una rapida inversione della situazione: vale a dire di un passaggio delle forze franco-piemontesi dalla difensiva all’offensiva, con un rapido prosciugamento delle terre allagate e del veloce ripristino delle strade. Infatti, mentre l’inondazione impedì all’esercito austriaco l’avanzata nei giorni 8 e 9 maggio, le prime avanguardie piemontesi poterono occupare Vercelli, provenienti in senso inverso, il 19 maggio.

La pianura da allagare era di 450 chilometri quadrati, utilizzando i canali demaniali. A tale proposito esiste una sola relazione, intitolata : “Delle artificiali inondazioni fra la Sesia e la Dora Baltea prodotte colle acque dei Canali Demaniali, con strategico intendimento, nel rompersi guerra dell’Austria contro il Piemonte sul finire dell’aprile 1859″. Fu pubblicata integralmente nel 1960 dall’ing. Pietro Monti che la corredò di un commento tecnico.

L’acqua proveniva dal canale di Ivrea e dal Depretis (ex canale di Cigliano, ampliato un anno prima di due terzi della sua portata) e dal canale del Rotto. In tutto, come si è detto, di 90 metri cubi al minuto secondo; in quei giorni, inoltre, piovve a dirotto, con straripamenti di fiumi e torrenti.

L’arteria idrica principale era il naviglio d’Ivrea, di 20 chilometri, dalla Rocca di Cigliano, fino a Santhià ( il cui territorio fu in parte allagato ). Per realizzare l’inondazione furono eretti degli sbarramenti trasversali sui canali, nei punti scelti da Noè. Prima vennero allagate le zone più basse, la zona di Crescentino, sfruttando le acque della roggia Camera che deriva dal Rotto, creando sbarramenti a valle, vicino al Po. Più a monte, venne sbarrato il naviletto di Saluggia e poi il naviglio di Ivrea e il Depretis. Successivamente venne sbarrato il Depretis, a monte di Santhià , causando lo straripamento dei vari canali secondari, tra cui il naviletto di Asigliano, che servì ottimamente per allagare i territori di Tronzano, Crova, Salasco, Sali, Lignana e Desana. Per ultima fu allagata la zona di Santhià e di San Germano, facendo ricorso agli sbarramenti sul naviglio di Ivrea e sul Depretis. Questi territori furono sommersi il 28 aprile: “appositamente gli ultimi – riporta Noè – da me riservati per dar passo ai Reggimenti di Cavalleria che da Vercelli dovevano ritirarsi, portandosi per San Germano, Santhià, Alice e Borgo d’Ale a Cigliano. Questa ritirata aveva luogo il giorno appresso, e poco dopo, l’inondazione col guasto della strada era ultimata ed ogni comunicazione interrotta “. Rimaneva ancora intatta la ferrovia per Vercelli che serviva al Noè per sorvegliare le operazioni su di una macchina a vapore. Noè ordinò poi che fossero scalzate le traversine della ferrovia da San Germano a Saluggia e si provvide infine all’allagamento della vallata della Dora.

Lavorando anche di notte, protetti da uno squadrone di Cavalleria, la gente dei campi eresse sbarramenti sui canali con chiuse di legno (paletti e tavolame), costipati con paglia di riso, terra sciolta o in sacchi e zolle erbose. Furono necessari 78 sbarramenti sui canali e innumerevoli furono le chiusure degli scarichi. Il personale, dapprima utilizzato a valle, veniva spostato a monte quando la zona era allagata. Scaduto l’ultimatum, il 29 aprile 1859 il generale Gyulai, di stanza a Pavia, ordinò alle sue truppe di guadare il Ticino e di avanzare verso Torino. Il 30 le truppe austriache entrano a Mortara, il 1° maggio sono a Novara e il 2 maggio entrano a Vercelli.

Achille Giovanni Cagna, di Vercelli, che allora aveva 12 anni, ci lasciò la sua testimonianza : “Il 2 maggio, nel pomeriggio, verso le 4 un manipolo di ussari apparve dal ponte del Cervetto, traversò di trotto il Corso, l’occhio attento, i pistoloni in pugno. Scesero in piazza del Municipio, e di lì a poco tornarono indietro, occhieggiando intorno sospettosi e ripassando il ponte. Si seppe poi che avevano tagliato il telegrafo. Un’ora dopo, gli Austriaci facevano il loro ingresso in città, preceduti da una banda musicale che suonava “Bela Gigogin”. Ricordo perfettamente quella banda, precedeva il gran tamburo maggiore: un accidentone gigantesco, monumentale, barbuto, fiero, altiero di sè, del suo pennacchio, del suo formidabile bastone borchiato a gran pomo d’argento. Marciava eretto, tronfio, torreggiante su tutti, tirandosi dietro come Gulliver, la batteria completa di pifferi e tamburi e tutta la massa degli ottoni luccicanti: una selva di trombette, tromboni, bombardoni e serpentoni attorcigliati che mettevano spavento. E ricordo due superbi cagnoni che menavano la gran cassa, cani autentici… E dietro la banda, torme di soldati dalle tuniche bianche salavose, coperti, inzuppati di polverone, stracchi, sfiniti, procedenti come armenti, e tutti con un sarmento di mirto sul kepì. La piazza grande era tramutata in un immenso pagliaio: appena arrivati i soldati sbracavano e si buttavano sulla paglia come morti”. L’otto maggio entrava in Vercelli Gyulai e andava ad alloggiare nel palazzo vescovile e, trovatosi di fronte quel grande Laco che non risultava in nessuna delle sue carte, mandò quello stesso giorno 45.000 uomini con 200 cannoni in direzione di Cigliano, ma il giorno successivo rientrarono a Vercelli, essendo impossibile proseguire; oltre al grande lago impossibile da attraversare, c’era il fatto che erano stati asportati anche i paracarri dalle strade, non c’era più nessun riferimento: solo acqua. L’occupazione di Vercelli degli austriaci durò dal 2 maggio al 19 maggio, 17 giorni di requisizioni a cui il comune dovette sottostare: 50 mila razioni di carne di buoi viventi, al giorno; 50 mila razioni di pane, 50 mila di vino, 50 mila di tabacco, 50 mila di sale. Ma non bastava ancora, tanto che venne fatta ulteriore richiesta di: 40 pollastri, maiale femina n. 1, Vitelli n. 2, cosce di manzo n. 2, pane buffetto 20 kg, sciampagna 50 bottiglie, 10 litri di ottimo vino, 8 chilo butirro (burro), zuccaro 80 kg. Ancora, il 16 maggio Gyulai chiedeva: 300 buoi, 300 brente di vino, 50 brente di acquavite, 80 quintali di fieno, 1.000 sacchi di avena. Il 19 maggio, il giorno prima della partenza, un gruppo di austriaci andò a Capriasco a prelevare 50 buoi facendo ritorno a Vercelli. Sindaco di Vercelli era Luigi Verga, che riuscì a gestire l’occupazione senza che scoppiassero disordini e alle ennesime richieste degli austriaci fu costretto rispondere: “essere impossibile di trovar viveri di sorta, e facessero pure quel che diavolo loro inspirasse”. Alla fine, dopo 17 giorni di occupazione, alla municipalità gli ospiti costarono lire 929.713,95, a cui vanno sommate le successive spese per i rifornimenti al nostro esercito, per un totale 1.400.000 lire, che non vennero mai rimborsati. Per quanto riguarda i danni alle coltivazioni provocate dall’inondazione diretta da Noè, non furono fatte richieste, anzi, quell’anno il raccolto fu più abbondante del solito.

Bibliografia : Maggio 1859 il Risorgimento sulle rive della Sesia.

Carisio, 31 ottobre 2010. Pier Emilio Calliera

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